· 

I disturbi alimentari infettati dal COVID-19

 

Coronavirus, anoressia e bulimia tra gli effetti dell'ansia causata dal virus

 

Prima il lockdown e poi lo stress diffuso della pandemia hanno destabilizzato chi, con l’alimentazione, aveva già dei problemi. L’allarme l’aveva dato già a maggio 2020 l’Istituto superiore di sanità, richiamando l’attenzione con un documento sui disturbi dell’alimentazione. Si parlava di “rischio ricadute” e “peggioramento” durante l’isolamento, della vulnerabilità fisica rispetto al Covid di chi soffre di anoressia o bulimia e “della possibile comparsa di un disturbo ex novo”.

 

Un quadro che la realtà (non solo mia, ma ci arriveremo) di questi giorni ha confermato

Il primo lockdown in primavera, poi la paura del contagio associata alla sensazione di non riuscire a tenere tutto sotto controllo: «L’isolamento prolungato - spiegano all’Istituto superiore di sanità - ha limitato la possibilità di praticare attività fisica e aumentato il timore di prendere peso, portando a ulteriori restrizioni dietetiche. Le scorte alimentari in casa hanno facilitato le abbuffate alimentando una serie di meccanismi legati al peso come l’uso di diuretici e lassativi o vomito indotto. E poi un altro fattore: oltre a stare in casa, si poteva uscire quasi solo per andare al supermercato!» (è così ancora oggi per chi è in zona rossa. Tipo me)

 

Disturbi dell’alimentazione e COVID-19

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, in particolare l’anoressia, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (il binge eating), sono un problema di sanità pubblica di crescente importanza per la loro diffusione. Ed è importante richiamarne l'attenzione nel corso della pandemia da COVID-19 per quattro motivi principali:

 

  • il rischio di ricaduta o peggioramento della patologia
  • l’aumento del rischio di infezione da COVID-19 tra chi soffre di disturbi dell’alimentazione
  • la possibile comparsa di un disturbo dell’alimentazione ex novo o comportamenti di addiction
  • l’inadeguatezza dell’offerta di trattamenti psicologici e psichiatrici nel corso dell’emergenza COVID-19. Per questo motivo qui, un fondamentale articolo di Claudia Gandin e Roberta Pacifici, Centro Nazionale Dipendenze e Doping - ISS

Questo articolo nello specifico parlerà di BED, detto anche disturbo da alimentazione incontrollata. Perché? Perché mi riguarda e farne chiarezza, condividerne l'esperienza, può essere d'aiuto anche ad altre persone.

 

Cos'è il Binge Eating Disorder?

Il Binge Eating Disorder (BED) è il disturbo del comportamento alimentare (DCA) e costituisce quasi una categoria a sé, nella quarta edizione del DSM è stato inserito tra le possibili diagnosi indipendenti in fase di studio. È un disturbo definito da ricorrenti abbuffate non seguite da condotte di eliminazione o di controllo del peso di alcun tipo. L’assenza di controllo del peso sbilancia questo disturbo tutto sul versante dell’impulsività alimentare, rendendolo in qualche modo diverso, dagli altri disturbi alimentari.

 

Criteri diagnostici del Binge Eating Disorder – aggiornati al DSM IV – sono:

 

  • Episodi ricorrenti di abbuffate associati ad almeno tre dei seguenti sintomi:
  1. Mangiare molto più rapidamente del normale
  2. Mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni
  3. Mangiare grandi quantitativi di cibo anche se in assenza di appetito o fame
  4. Mangiare in solitudine per vergogna
  5. Provare disgusto verso di sé, depressione, e senso di colpa dopo ogni episodio
  • È presente un marcato disagio nei confronti del comportamento bulimico
  • Le abbuffate avvengono in media almeno 2 giorni la settimana per un periodo di 6 mesi
  • Gli episodi bulimici non si associano a regolari metodi di compenso (vomito autoindotto, abuso di lassativi, esercizio fisico strenuo) e non avvengono necessariamente in corso di AN o BN.

Rivolgiti ad un* psicolog* e/o un* dietista specializzato in DCA, non è una colpa tua. Non sei un* mangion* . Non cadere nella retorica “ i problemi seri sono altri, mettiti a dieta e vedi che risolvi tutto”.


Ti parlo di me

 

Prima del Covid, il controllo su di me e sugli altri, è stato fondamentale (non positivo) in una mia precedente perdita importante di peso. Il controllo emotivo, il controllo lavorativo, il controllo della gestione finanziaria intesa come: se “compro questo” posso suscitare questa emozione su di me e negli altri. Se posso fare questa esperienza o questo viaggio posso “acquistare il controllo sulla frustrazione che gli altri sicuramente mi procureranno”. Se controllo la mia immagine, esercitando il controllo sul peso, posso controllare tutto e posso ambire ad avere sempre di più. Se esercito fascino, dispongo di consenso e con l'approvazione ricevuta posso tenere sotto controllo la mia fame.

 

Poi è accaduto che il femminismo e la sua pratica, quasi senza che me ne rendessi conto, non mi ha permesso più di avere un controllo maniacale sul mio peso. Non ha guarito il mio disturbo, mi ha permesso, senza giudizio di valore sulla mia persona, di rendermi conto di avere un problema.

Paradossalmente più acquisivo consapevolezza su di me, sul mio femminile, sulla mia immagine, più perdevo controllo e desiderio verso l'approvazione altrui. Elimindo i diet talk dai miei argomenti di conversazione, ho compreso quanto la cultura della dieta influisse negativamente sulla mia relazione con il cibo. Sensi di colpa, diete restrittive, momenti di perdita di controllo e conflitti con lo specchio sono stati anche il frutto di una serie di comportamenti disfunzionali che ho ereditato anche da una società sempre a dieta, come scelta etica, di valore e approvazione sociale.

 

Il COVID mi ha tolto il telecomando di controllo della mia vita

No, non basta lo slogan Body Positive per fare pace con il proprio corpo. Negli ultimi 4 anni, il mio corpo è variato incredibilmente. È calato di ben quaranta chili in meno di due anni, per poi nell'ultimo anno (funesto), recuperarne ben dieci. Una fesseria rispetto ai trenta persi ma la voce che mi urla dentro dice "dieci possono essere venti e così via e la paura di questa perdita di controllo sul tuo peso, ti porterà ad innescare nuove dipendenze che comprometteranno nuovamente la tua salute”.

 

La cultura della dieta ha aggravato il mio disturbo

La pandemia ha messo tutta me stessa davanti alla realtà dei fatti: non posso avere controllo sugli eventi. Tutto si sgretola e non ho appigli, neanche quelli legati al benessere, perché li vedo irrealizzabili, come se il Covid me li rendesse inaccessibili.

Sono consapevole che mi è stato inculcato un ideale di salute “preconfezionato, capitalista e abilista”, che vede nel cibo misurato, biologico, senza grassi e carboidrati e nell'allenamento costante in palestra, le uniche vie ( o quasi) per raggiungere il benessere psicofisico. Ma io, in questo momento, a causa del Covid, non posso permettermi di andare in palestra ed avere sempre cibo fresco. Il contesto ambientale in cui vivo al momento, la cultura che ho interiorizzato e che a causa del mio disturbo non riesco a gestire, nonostante io ne sia consapevole, non può che alimentare il mio problema.

 

La soluzione non è la Body Positive

Il (mio) punto non è la bellezza o il valore che si attribuisce ad essa. Ma perché il mio corpo dovrebbe andarmi bene a tutti i costi? In questo momento chi mi sta attorno dice che non dovrei soffrire per il mio aspetto fisico, procurandomi frustrazione ulteriore perché non fa che instillare un senso di colpa, che si aggiunge all’impossibilità di prendermi cura di me stessa.

 

Ho perso il controllo sulla mia emotività: Devo riempire un vuoto profondo, che arriva al culmine solo quando sento di non poter più respirare. E no. Io non vomito. Io mi punisco tenendo tutto dentro.

 

Al tempo “felice” della perdita di peso (non seguita da un medico ma a causa di un altro disturbo alimentare) mi imponevo un drastico digiuno, anche per giorni. Mi era facile. Uscivo più spesso, passeggiavo tanto, andavo al cinema, a teatro, in giro per mostre. Mi regalavo un viaggio, un incontro, del sesso occasionale, del piacere sparso. Poi tornavo a concedermi una pizza, un aperitivo, non più di un pasto al giorno. Non più di 1000 calorie al giorno, controllo del peso due volte al giorno. Guardavo le persone grasse dicendomi “tu non sei più così”oppure “quella non sei più tu”. Ero diventata grassofobica per paura di perdere il controllo.

 

Cosa non ho mai citato del tempo felice?

L'emotività. Il mio rapporto con gli altri era controllato, circoscritto, sfuggente, soprattutto ristretto. Solo poche persone amiche con cui godere di momenti felici di condivisione spensierata.

Relazioni amorose nulle, solo persone con cui era chiaro già in partenza non sarebbe potuta durare.

Anni di terapia mi hanno permesso poi di trovare un equilibrio. Libri, studi, letture varie, mi hanno permesso di destrutturare il controllo con cui gestivo la mia vita. Infatti ho smesso improvvisamente di perdere peso, e ho iniziato a nutrirmi anche di emotività, ascolto, accettazione e cibo senza sensi di colpa. Ancora una volta: Non ha guarito il mio disturbo, mi ha permesso, senza giudizio di valore sulla mia persona, di rendermi conto di avere un problema.

 

Conclusione

In tutta onestà non so come concludere questo articolo da "confessionale", posto qui le parole delle dietista Veronica Bignetti, specializzata in DCA, rilasciate a Vice Italia “Viviamo immersi in una diet culture e ne abbiamo interiorizzato molti stereotipi. Ad esempio, nessuno ci guarda male se diciamo di non poter mangiare pizza due giorni di seguito, perché 'i carboidrati fanno ingrassare'. Abbiamo tutti paura di ingrassare, e conseguentemente di piacere meno, di essere meno accettati. Viviamo in una psicosi generalizzata da grasso. Dovremmo tornare a un’accezione neutra della parola grasso e soprattutto capire che, quando si parla di peso, non è una questione di forza di volontà e abitudini: il contesto e la genetica contano tantissimo.”

 

Paola Sammarro

Scrivi commento

Commenti: 0