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Spieghiamo a Simone Pillon chi fosse Mario Mieli e la teoria gender

 

Giugno, giornate di clima mite ma variabile. Tutto inizia a riprendere lento, il coronavirus che tutto ha bloccato, pare dare tregua. Torna la voglia di “fare, dire, baciare”, un vento caldo che smuove nuovamente i pensieri messi a riposo in quarantena.

I social si rianimano di paesaggi, tramonti, luoghi ed eventi rimandati. Tornano a parlarci di vita ed iniziative. Freeda pubblica nuovamente un video su Cristina Prenestina, Drag Queen che legge favole ai bambini, storie di inclusione e amicizia senza pregiudizi di genere.

(Iniziativa promossa dall'Associazione Mario Mieli a febbraio, poi rimandata per emergenza covid 19, oltre le polemiche suscitate).

 

 

 

Una ripresa di condivisione - oltre la notizia coronavirus - che non è sfuggita a Simone Pillon, che condividendo il famigerato video scrive: “Oggi, alla commissione giustizia della Camera, continuano i lavori del pdl Zan-Scalfarotto. Sarà reato opporsi anche solo verbalmente all'insegnamento del Gender ai nostri figli. Anzi, visto che i genitori saranno condannati come omofobi e razzisti, interverranno i servizi sociali per prendere la custodia dei figli. Questa non è lotta alle discriminazioni, ma dittatura del pensiero unico. Nel frattempo il circolo LGBT intitolato a Mario Mieli (quello che scriveva:"Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro.") porta la drag queen (che di professione è assistente sociale) a leggere fiabe gender ai bambini. Celebrare il valore della diversità e dell'amore che va oltre l'apparenza? Ognuno faccia quello che crede, e se ne assuma la responsabilità, ma lasciamo stare i bambini.”

 

 

 

Prima di cedere all'odio populista, disinformato, becero di Pillon, è bene fare chiarezza.

 

Chi era Mario Mieli?

 

Mario Mieli è stato un attivista e scrittore italiano, teorico degli studi di genere. Il suo nome è riconosciuto principalmente per la pubblicazione del saggio Elementi di critica omosessuale pubblicato da Einaudi nel 1977 – che in realtà era una rielaborazione della sua Tesi di Laurea in Filosofia Morale – un libro dal quale è tratta l’affermazione presa in prestito da Simone Pillon.

 

“Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro.”

È importante prima di decidere cosa sia giusto, orribile, sbagliato o criticabile, contestualizzare il periodo storico dello scritto incriminato, conoscere un po' meglio l'autore e le proprie controversi intime. Iniziamo puntualizzando che Mario Mieli non inneggiava alla pedofilia.

 

 

Allora di cosa parla Mario Mieli?

Specifichiamo brevemente “alla buona” cosa è il Complesso di Edipo citato da Mieli e teorizzato da Freud, ovvero quel momento di crescita, di evoluzione psichica dell’individuo, in cui la differenza tra i sessi e tra le generazioni viene compresa, vista, identificata. Il Complesso di Edipo si manifesta in forma positiva e negativa. Tra i tre e i cinque anni di età, il c. di E. positivo si esprime con un desiderio amoroso del bambino verso il genitore di sesso opposto, mentre il genitore dello stesso sesso, vissuto come un rivale, è oggetto di sentimenti ostili (la bambina innamorata del papà e gelosa della mamma). Nella forma negativa, la situazione appare capovolta, con attrazione per il genitore dello stesso sesso e ostilità per quello di sesso opposto (la bambina innamorata della mamma, gelosa del papà). Tuttavia, nella maggior parte dei casi il complesso si presenta in forma completa, complessa e articolata: entrambi i genitori sono oggetto d’amore e di ostilità, sia pure in diversa e variabile misura a seconda dei singoli casi.

Quindi con «Possiamo amare i bambini, possiamo fare l’amore con loro». Mieli intendeva che il bambino è l’espressione più pura della transessualità profonda cui ciascun individuo è votato. È l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros.

 

Perché è importante contestualizzare?

Alla fine degli anni ’70, l’omosessualità era ancora considerata un disturbo e si dovette aspettare la metà degli anni ’80 perché l’OMS eliminasse questo dato dall’elenco dei disturbi comportamentali e ancora, nel 1990 sempre l’OMS eliminò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. È evidente che Mario Mieli scrivendo Elementi di critica omosessuale nel 1977, ruppe dei tabù, indusse una “riflessione altra”, non un manifesto sulla libertà sessuale di un adulto verso un bambino, semmai pose la riflessione su quanto un bambino, un adolescente, fosse libero di esplorare il proprio corpo e la propria sessualità liberamente (soprattutto da condizionamenti di genere: maschio, femmina).

 

 

Mario Mieli era sicuramente un intellettuale complesso, un provocatore, si esibì più volte gustando merda e bevendo il proprio piscio pubblicamente come a fornire un supporto umano e pensante ai prodotti più nascosti e più inumani dell’uomo, come a farsi forte di quella merda con cui una società bigotta, borghese e clericale aveva tentato di coprirlo. Mieli evidenziò il punto della questione che gli omosessuali si trovavano ad affrontare in quegli anni non nello scioglimento dell’opposizione eterosessuale–omosessuale, ma nella denuncia della inconsistenza e del vizio ideologico dietro al principio di “mono-sessualità“. A questa prospettiva unilaterale, incapace di cogliere la natura ambivalente e dinamica della dimensione sessuale, oppose un principio di eros libero, molteplice e polimorfo.

 

La teoria gender in sintesi che terrorizza Pillon e genera odio

Il sesso è un dato biologico e naturale, il genere un dato psicologico e socio-culturale. In tale prospettiva, la differenza tra uomini e donne, l’essere maschio e femmina non è un dato oggettivo e reale ma è un prodotto della cultura e della costruzione sociale dei ruoli. Non si è uomini e donne perché nati con certe identità fisiche, ma lo si è solo se ci si riconosce come tali. Non ci sono maschi e femmine ma ci sono semplicemente uomini, liberi di assegnarsi autonomamente il genere che percepiscono al di là del loro sesso naturale.

 

 

 

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