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Body Positivity, vendesi positività a caro prezzo

Sui social, molto più che nei media tradizionali, la rappresentazione della bellezza femminile si è ampliata, includendo anche le donne molto formose, che non rientrano nei soliti canoni di bellezza, ma che sono ben rappresentate dal noto #BodyPositivity.

Mostrarsi per quello che si è senza vergogna. Non essere giudicati per il proprio peso è sicuramente un messaggio positivo e femminista, ma è anche vero che magra o grassa, bella o brutta, non c’è verso che l’aspetto delle donne passi in secondo piano rispetto alla personalità. Per le donne il culto della bellezza deve rimanere una priorità, a tutti i costi!

 

Che nesso c'è tra body postive e pink tax?

 

Le discussioni sull’aspetto delle donne impazzano da sempre sui media. Quanto è invecchiata quella star? Cos’è più femminista, essere depilate o no? Avere le smagliature o no? Essere a dieta o no? Essere belle o intelligenti? Uscire da questa impasse non conviene di certo al mercato, Idealo, portale internazionale di comparazione prezzi, ha fatto qualche indagine per Il Sole 24 Ore, mostrando come i prodotti dedicati alle donne sono caratterizzati da una fluttuazione media del 49,6% contro il 33,5% registrato per i prodotti maschili (in breve pink tax).

 

Perché avere dei capelli sani è importante per tutti, ma se quelli delle donne sono “lunghi, lisci, sciolti e fluenti” è ancora meglio, così che gli shampoo e i conditioner per capelli mirati a una clientela femminile costano in media il 48% in più di quelli diretti alla clientela maschile. Anche i jeans da donna costano il 10% in più di quelli per uomini. La ricerca condotta da Idealo ha messo in luce oscillazioni maggiori anche per i profumi e la cosmesi femminile, che hanno registrato una variazione media dei prezzi del 19,2% contro il 9,8% di quelli dedicati agli uomini.

 

A pagarne il prezzo più alto sono sempre le donne

 

La metà della società è composta da donne, che già riceve ingiustamente una retribuzione inferiore rispetto a quella maschile, pare una beffa che sia costretta a pagare anche un prezzo maggiorato per i suoi acquisti. È chiaro che accettare il proprio corpo non è così semplice e uno slogan positivo non basta, e così grazie ad un clima da tifoseria sportiva, su quale corpo le donne debbano puntare, GfK Eurisko pubblica i suoi pronostici (a favore del marketing): in Italia oggi 1 donna su 5 supera la taglia 48, più del 38% fa fatica a entrare nella taglia 44 e oltre il 35% veste taglie sopra la 46. Generando un bacino di circa 8 milioni di clienti, di cui oltre 1,3 milioni è maggiormente favorevole allo shopping in questo settore, perché vestirsi bene è una priorità per tutti, soprattutto per le donne “a cui non entra mai niente”.

 

Sempre secondo l’elaborazione di GfK, i due fattori che maggiormente spingono all' acquisto nel mondo curvy sono da una parte l’impulsività (acquisto veloce, senza un’attenta riflessione sul prezzo) e dall’altra la qualità. Più scelta d'acquisto certo, ma ad un costo maggiorato, perché un capo curvy costa sempre di più rispetto a un capo “standard” taglia 46 fast fashion. Insomma i brand stanno investendo con sempre più convinzione in questo business, avendo colto che questo tipo di moda è l’espressione attuale di una tendenza che riconosce nella #BodyPositivity un margine ulteriore di guadagno.

Tutto negativo? Tra le influencer body positive più seguite su Instagram c’è un nome tutto italiano: Laura Brioschi, fondatrice del movimento “Curvy is not a crime”, Laura è una taglia 48 fiera del suo fisico, oltre che un’imprenditrice di successo nel campo dei costumi da bagno con un proprio marchio omonimo. Laura si mostra spesso e volentieri in bikini e completi sexy sul proprio profilo Instagram, organizza manifestazioni in molte piazze italiane, dove centinaia di donne curvy e/o con disabilità, sfilano in lingerie o con i suoi costumi da bagno, per rivendicare il diritto ad esistere. Viene da chiedersi: ma la body positive non dovrebbe essere proprio il rifiuto dello standard, l'ossessione per l’adeguamento al mito della bellezza? Sentire il bisogno di essere sexy e desiderabili, serve ancora alle donne per sentirsi accettate socialmente?

Influenze positive

 

E’ importante fare un passo indietro ritornare ai principi della body positivity: ogni corpo, che sia conforme o meno, bianco o nero, in salute o meno, è meritevole di rispetto e amore. A questo messaggio forse sono più affini la coppia di influencer I Murr, Roberta e Antonio, moglie e marito, fashion consultant, direttori creativi, stylist, che tramite i lori canali divulgativi (Instagram su tutti) hanno lanciato la campagna #RICOMINCIAREDAME.

Abbiamo chiesto a Roberta Murr di spiegarci il perché di questa iniziativa (ad oggi non supportata da nessun brand) e che è un dialogo costante con donne e uomini sull'aspetto fisico e su quanto sia dannoso piacersi a tutti i costi, «Ho deciso di raccontare pubblicamente la mia esperienza perché per #RICOMINCIAREDAME dovevo liberarmi del mio segreto. Per troppi anni ho rincorso un ideale di bellezza=magrezza irraggiungibile. Non mi sentivo mai abbastanza magra e di conseguenza mai abbastanza bella e mai abbastanza accettata. Ho sempre sentito sulla mia pelle una forte pressione sociale. Sono una donna lavoratrice, una professionista, sono madre, sono moglie, sono una donna fra tante a cui viene richiesto di essere multitasking e tra tutte queste cose devo essere anche bella, performante e sexy, reggere tutto questo peso spesso non è facile». Roberta racconta che dopo aver postato un video in cui fa outing, riportando i suoi trascorsi sospesi tra bulimia e anoressia, molte donne e uomini non solo hanno trovato il coraggio di parlare della propria esperienza ma le hanno chiesto addirittura di fare gruppo WhatsApp per confrontarsi e sostenersi a vicenda «se si comincia ad amarsi con meno stereotipi femminili e meno influenze commerciali, si può cominciare anche a prendersi cura di se stessi con consapevolezza e leggerezza, cosa che porta inevitabilmente a curare anche la propria salute».

Body Positivity or not Body Positivity?

 

Il mercato propone costantemente nuovi prodotti, pubblicizzati con messaggi positivi volti a valorizzare il corpo della donna a tutti i costi. C'è da chiedersi: questa entusiasta risposta femminile alla Body Positivity è sinonimo di una ritrovata fiducia verso sé o verso un corpo che finalmente si conforma a dei nuovi canoni estetici? E se invece i pensieri positivi sul proprio corpo sono vulnerabili, come ci si protegge dal #BodyPositivity a tutti i costi? Dirsi «non mi piaccio» è normale. Non è sinonimo di negatività. Può essere anche motivo di introspezione, chiedersi cosa non piace di sé è anche un modo per conoscersi, per sentire la propria voce fra tante, in una società che ti canticchia sì “Siamo donne, oltre le gambe c'è di più” a patto però che siano senza cellulite.

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